Quale metodo utilizzare per insegnare in una scuola bilingue?

Educazione bilingue

Esistono varie forme di educazione bilingue.

Cerchiamo di conoscerle.

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Immersione

L’immersione è la forma di educazione bilingue che favorisce il contatto più intenso con la L2. Genesee la definisce come

“una forma di educazione bilingue in cui gli studenti che parlano la lingua parlata dalla maggioranza della popolazione ricevono una parte della loro istruzione in una seconda lingua e una parte nella loro prima lingua.”

Il termine “immersione” deriva dal verbo “immergere” e nel nostro caso indica una vera e propria immersione nella lingua. L’immersione è probabilmente uno degli approcci più antichi per insegnare ed apprendere una lingua, tanto che già all’epoca degli antichi Greci e Romani gli studiosi erano a favore di questo modo di apprendere le lingue. Il termine immersione linguistica fu però introdotto da Wallace E. Lambert intorno agli anni Sessanta, quando in Canada si iniziarono ad implementare i primi programmi bilingui strutturati all’interno dei contesti educativi, tanto nelle zone in cui il francese era la lingua dominante, quanto in quelle in cui l’inglese era considerato prima lingua. Tali programmi e studi nacquero grazie alla spinta ed al sostegno delle associazioni di utenti che richiedevano alle istituzioni educative metodi nuovi per l’apprendimento linguistico. Essi partivano dalla constatazione che quasi la metà dei bambini del mondo riuscivano ad imparare a parlare due o più lingue senza alcun addestramento formale, mentre solo pochi di quelli sottoposti ad insegnamento formale in classe riuscivano ad acquisire una conoscenza orale apprezzabile di un’altra lingua.

In Europa i programmi di immersione sono stati implementati inizialmente nei Paesi Scandinavi, in Francia e in Spagna e avevano come obiettivo tanto la promozione del  patrimonio nazionale, regionale e delle lingue indigene, quanto la promozione di lingue straniere importanti a livello globale. Nonostante gli obiettivi specifici relativi alle lingue da apprendere fossero diversi, tutti questi programmi condividevano l’obiettivo generale della competenza bilingue. Un esempio concreto è la Germania, dove uno studio condotto dalla FMKS (Verein zur Förderung von Mehrsprachigkeit in Kindergarten und Schulen) ha identificato 680 scuole dell’infanzia in cui il contatto con l’inglese avviene attraverso il metodo dell’immersione: in questo caso, oltre al tedesco, lo staff pedagogico usa la seconda lingua nel 50% della comunicazione quotidiana. Nella scuola dell’infanzia i bambini sperimentano la seconda lingua soprattutto in maniera passiva, più che attiva; tuttavia studi nazionali ed internazionali hanno dimostrato come questo metodo abbia raggiunto risultati estremamente positivi per quanto riguarda lo sviluppo della lingua straniera.

Di solito i programmi ad immersione sono suddivisi in tre categorie:

immersione precoce: inizia con la scuola dell’infanzia o al primo anno della scuola primaria e le forme più comuni sono due, totale o parziale. L’immersione precoce totale prevede che tutte le indicazioni, fin dai primi anni, vengano fornite attraverso la L2. Solo al terzo anno della scuola primaria viene introdotta la L1, che è studiata come materia, mentre dal quarto anno in poi alcune materie iniziano ad essere insegnate in L1. Al primo anno della scuola secondaria di primo grado il 50% del tempo scuola è in L1 e il 50% in L2. Nei programmi ad immersione precoce parziale invece vengono entrambe le lingue fin dall’inizio della scuola. Con una percentuale del 50% ciascuna.

– immersione ritardata: questo tipo di programma inizia invece al quarto o al quinto anno della scuola primaria e negli anni precedenti gli studenti ricevono dai 30 ai 60 minuti al girono di istruzione in L2. Dal quarto anno invece si passa al 50-60% di istruzione in L2, che negli anni successivi si mantiene al 50%, a volte anche meno.

– immersione tardiva: in questo caso gli alunni studiano la L2 come una qualsiasi lingua straniera dal primo anno della scuola primaria al primo anno della scuola secondaria di primo grado, dedicandovi dai 30 ai 60 minuti al giorno. Dal secondo anno della scuola secondaria si passa ad un 80% del tempo scuola svolto in L2 ed un 20% in L1. Negli anni successivi si passa ad un 45% di materie insegnate in L2 ed un 55% in L1.

È bene sottolineare come in tutti i tipi di programmi ad immersione, le lingue vengono mantenute separate e ciascuna materia è insegnata o in L1 o in L2, mai contemporaneamente.

Il grado di successo nell’apprendimento dipende ovviamente da molti fattori, come accade in tutti i programmi di insegnamento linguistico. Tra i fattori più comuni possiamo indicare:

  • l’intensità del contatto con la lingua straniera, cioè più il bambino sarà tenuto a contatto con la lingua straniera, più velocemente questa verrà acquisita;
  • l’inizio, prima si inizia, meglio è;
  • le competenze linguistiche dello staff pedagogico;
  • la forma di supervisione assicurata dai docenti in relazione al programma di apprendimento, vale a dire la possibilità di supportare lo sviluppo della competenza linguistica nella lingua straniera con, ad esempio, letture guidate di libri illustrati, canzoni, rime etc. evitando così che i bambini giochino da soli tutto il tempo;
  • la continuità del programma, cioè il fatto che il contatto intenso con la lingua straniera venga assicurato e mantenuto dopo la fase iniziale della scuola dell’infanzia;
  • ultimo, ma più importante di tutti, l’allievo stesso, con tutte le sue potenzialità cognitive ed emotive.

Ci si potrebbe chiedere come sia possibile insegnare contenuti in un contesto di immersione fin dalla prima elementare, o anche prima, quando i bambini non hanno ancora ricevuto input nemmeno nella loro lingua materna. Piske e Burmeister riportano alcuni suggerimenti sull’organizzazione di una giornata nel modello ad immersione:   

Il primo giorno di scuola i bambini vengono abituati alla lingua utilizzata durante le lezioni. Lo si fa attraverso delle attività che sono mirate ad accrescere la motivazione dei bambini: canzoni, poesie, giochi e diverse attività di Total Physical Response. Nel frattempo si costruiscono delle routine quotidiane, come per esempio una sessione mattutina con saluti rituali, un incontro che spiega lo svolgimento della giornata scolastica e alla fine di ogni giorno una riunione con i bambini per ricapitolare cosa si è fatto e verificare quanto si è appreso. Fin dal primo giorno i bambini possono essere incoraggiati a formare un piccolo coro, in cui potranno recitare brevi poesie o cantare canzoni in inglese: da piccoli pezzi di frasi e vocaboli singoli, i bambini impareranno a fare delle semplici costruzioni che riprodurranno nelle situazioni adeguate. La lingua straniera viene così contestualizzata e lentamente i bambini iniziano a prendere confidenza con essa. È importante che le spiegazioni siano semplici e che il contenuto si possa comprendere anche senza capire tutte le parole: gli insegnanti dovranno quindi fare largo uso della comunicazione non verbale, enfatizzando gesti, espressioni, mimica, al fine di rendere comprensibili anche termini non conosciuti.

Come individuato da Piske e Burmeister, è fondamentale il contatto quotidiano con la lingua nonché il continuo incoraggiamento da parte di educatori ed insegnanti all’uso della stessa. Soprattutto all’inizio è importante far nascere negli studenti un amore per la nuova lingua, cercando di arginare al massimo le possibili situazioni a rischio, che possono portare ad un rifiuto per l’apprendimento della L2, giudicata troppo difficile o troppo lontana dalla propria quotidianità.

Diversi studi sul metodo dell’immersione hanno dimostrato come gli allievi di queste scuole possano raggiungere un livello più avanzato nell’acquisizione della seconda lingua rispetto alle classi di lingua straniera più convenzionali. Inoltre la partecipazione a questo tipo di lezioni non richiede nessun talento particolare, anzi, è adatta a bambini provenienti da qualsiasi classe sociale e con qualsiasi madrelingua.

Come indicato all’inizio del paragrafo, il Canada rimane un esempio di Nazione bilingue (anche trilingue pensando alle lingue minoritarie ivi presenti) che ha incessantemente cercato di risolvere inevitabili problemi che questa situazione portava con sé, fino a giungere ai programmi di immersione bilingue sperimentati in una scuola materna di Montréal. La motivazione che ha spinto un gruppo di genitori a voler tentare una programmazione bilingue (ma anche biculturale) era quella di garantire ai propri figli una maggiore competenza in lingua francese senza che questo potesse interferire con la programmazione scolastica e quindi con le altre materie (soprattutto la prima lingua) e consentire ai propri figli di ampliare la propria cultura conoscendo sia quella dei canadesi francofoni sia quella degli anglofoni. Importante, a seguito degli studi condotti e per quanto concerne questo studio in particolare, è risultato essere il precoce contatto con la seconda lingua che ne garantisce anche un apprendimento inconscio lasciando in secondo piano lo studio della grammatica. Questo impedisce sia l’attivarsi dei filtri affettivi sia l’utilizzo del monitor. Nonostante un iniziale ritardo nel corretto uso della lingua nativa, si è dimostrato che i bambini riuscivano in breve tempo a colmare le lacune raggiungendo il livello degli studenti monolingui. Inoltre, perché i risultati siano efficaci, è bene che ogni gruppo di materie sia studiato in una sola lingua e quindi non bisogna utilizzare per una stessa materia due lingue e l’insegnante deve avere una specifica preparazione. I  programmi scolastici di immersione bilingue non sono più un semplice esperimento ma una pratica collaudata ed efficace, che può essere presa a modello attraverso lo studio del percorso allora effettuato, che risulta ad oggi ancora attuale.

Quale metodo utilizzare per insegnare in una scuola bilingue?

CLIL: Content and Language Integrated Learning

CLIL – Content and Language Integrated Learning viene usato come termine ombrello per indicare diversi approcci all’insegnamento bilingue, in cui lingua e contenuto disciplinare si trovano ad essere integrati. Il CLIL può essere costituito sia da brevi sessioni di insegnamento in lingua straniera limitate ad una certa tematica, sia dal vero e proprio insegnamento in lingua di una o più materie non linguistiche. La definizione riportata dal Centro Europeo di Lingue Moderne, istituzione del Consiglio d’Europa, afferma che il CLIL è:

“un approccio educativo con un duplice obiettivo, in cui viene usata una lingua aggiuntiva per l’apprendimento e l’insegnamento tanto del contenuto, quanto della padronanza linguistica, con l’obiettivo di promuovere entrambe fino al raggiungimento di livelli predefiniti.”

È importante sottolineare come nell’approccio CLIL il principale obiettivo rimanga sempre la crescita educativa e non il fatto di diventare bilingui.

L’elemento su cui occorre insistere per comprendere l’innovazione che il CLIL porta con sé è sicuramente il termine “ambiente di apprendimento”. Impariamo una lingua non tanto perché, a scuola o a casa, passiamo del tempo a fare esercizi, a studiare elenchi di vocaboli e di espressioni, ad esercitarci in attività scritte e orali. Anche. Ma sono soprattutto le occasioni che ci diamo per usare una lingua in contesti significativi che rendono l’apprendimento efficace. Infatti non si tratta tanto di imparare una lingua (ciò che sappiamo di una lingua), ma di imparare ad usare una lingua (come usiamo ciò che sappiamo in una lingua) che può garantire un apprendimento efficace, capace di aiutarci ad imparare anche altre lingue.

Come già accennato, fondamentale in qualsiasi discussione di CLIL è la dimensione metodologica. L’esperienza CLIL deve realizzarsi in un apprendimento di lingua e di contenuto, ma non solo. L’apprendimento deve essere di tipo integrato: la lingua attraverso il contenuto, il contenuto attraverso la lingua. Tuttavia, un apprendimento di questo tipo non avviene automaticamente ed è bene a questo proposito evidenziare due aspetti fondamentali per l’apprendimento linguistico:

  1. input comprensibile
  2. output comprensibile

Input comprensibile

Il concetto di input comprensibile – importante ipotesi della teoria di acquisizione della lingua seconda di Krashen- assume rilievo per due motivi:

– per l’apprendimento dei contenuti

– per l’acquisizione linguistica

Lo sviluppo delle conoscenze e delle competenze nella materia veicolata passa attraverso il contatto con input in L2 fornito sotto forma orale o scritta. Se l’input non viene compreso, la costruzione delle conoscenze e delle competenze non può aver luogo. Per quanto riguarda più strettamente l’acquisizione della lingua, l’input gioca un ruolo importante. E’ importante ricordare come nel nostro caso, quando parliamo di input comprensibile, non ci riferiamo solo all’input di tipo verbale. Quando il maestro si trova di fronte ad una classe che ha ancora una competenza linguistica poco elevata, può scegliere di veicolare il significato anche attraverso modalità di comunicazione alternativa (visiva, corporea, spaziale etc.).

Output comprensibile

Swain postula la necessità (anche) di output comprensibile. La sua tesi risiede nella convinzione che solo quando l’individuo produce lingua e riceve feedback è in grado di notare i gaps nella sua interlingua, divenendo in questo modo “pronto” a interiorizzare nuove forme. Egli sostiene, inoltre, che non è sufficiente che lo studente semplicemente produca la LS, ma che la sua produzione sia grammaticalmente ricca, comprensibile all’interlocutore dalla sola forma linguistica e non attraverso l’uso di strategie comunicative verbali e non verbali. Nel nostro caso tuttavia, e a seguito della mia esperienza nella scuola, mi sento di fare un piccolo distinguo. Credo infatti che nelle fasi iniziali di confronto con la L2, e in particolare nella scuola primaria, sia importante porre attenzione non tanto alla forma dell’output, quanto al suo contenuto. Insistere fin dal principio sulla correttezza grammaticale rischia infatti di essere controproducente: un insegnante che corregge continuamente gli errori porta i bambini alla cosiddetta paura dell’errore, che li spinge a non esprimersi, arrivando ad avere un blocco sull’esposizione che nei casi più gravi porta ad un vero e proprio rifiuto per la lingua. A mio avviso quando parliamo di output comprensibile, dobbiamo insistere sulla trasmissione adeguata del significato, che spinge gli allievi ad avere un ruolo attivo nello scambio comunicativo. La correttezza grammaticale arriverà una volta poste le basi per una comunicazione efficace.

La percentuale di contenuto didattico insegnato in lingua straniera proposta dal CLIL è decisamente inferiore al 50% offerto invece dalla metodologia ad immersione, ma se quest’ultimo è poco diffuso, sono molte le scuole in cui la lingua straniera viene usata come lingua operativa, proprio attraverso il metodo CLIL. Ovviamente anche la metodologia CLIL richiede all’istituzione scolastica di effettuare delle scelte precise di carattere sia organizzativo, sia didattico-metodologico. Bisogna innanzitutto scegliere quale sia la disciplina veicolare e in questa scelta sono almeno tre i punti da considerare:

  1. la natura della disciplina che fa riferimento alle operazioni cognitive richieste e all’uso del linguaggio;
  2. il modo di presentazione della disciplina: una modalità esperienziale facilita la comprensione. Viceversa una modalità più espositiva può non rendere immediatamente comprensibile l’input;
  3. il livello di competenza linguistica e soprattutto, la maturità cognitiva degli alunni.

Le implicazioni per chi opera in CLIL riguardano prima di tutto l’esigenza di predisporre esercizi e compiti che consentono la produzione linguistica, soprattutto al livello orale. Ciò può significare un capovolgimento del metodo tradizionalmente seguito nell’insegnamento della materia che molte volte è di tipo trasmissivo. Il capovolgimento dovrà consentire non solo l’interazione nella lingua veicolare ma anche l’introduzione di una dimensione esperienziale nel processo di apprendimento perché l’alunno possa appropriarsi dei concetti nuovi e perfezionare le competenze previste.

In merito al livello di competenza linguistica, occorre prestare grande attenzione alla lingua, prevedendo vere e proprie attività di supporto all’apprendimento linguistico e preferendo, almeno all’inizio, la lettura alla scrittura, che dovrà essere introdotta solo in un secondo momento. Sempre per favorire la comprensione dei concetti, sarà utile prevedere l’uso frequente di supporti non verbali.

L’organizzazione della classe inoltre va ripensata e orientata al lavoro a coppie/di gruppo e all’apprendimento cooperativo. L’insegnante deve prevedere momenti in cui rendere esplicite le strategie di apprendimento utilizzate, su cui dovrà riflettere insieme agli studenti, valorizzando in particolare la correzione dell’errore, l’uso di efficaci strumenti di feedback e la valutazione.

È necessario infine pensare ad una didattica per progetti, utile per mettere a fuoco tematiche o aspetti rilevanti di un tema in chiave cross-curriculare. L’importanza di legare l’apprendimento al contesto, al fine di facilitare la comprensione e la rielaborazione, fa sì che vengano preferite materie quali la geografia, le scienze o la matematica. Solo per gradi superiori potranno invece essere scelte materie più astratte, come la storia o la letteratura.

di Stefania Feriti docente presso Little England Bilingual School

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Commenti (2)

  • Educazione Globale

    […] Per gli studenti, quella di imparare una lingua (solo) attraverso il CLIL è una gran fatica. Bisogna avere una buona base, precocemente appresa per immersione.

  • Bilinguismo a scuola: ma il CLIL è il metodo migliore? - Educazione Globale

    […] Per gli studenti, quella di imparare una lingua (solo) attraverso il CLIL è una gran fatica. Bisogna avere una buona base, precocemente appresa per immersione (lo argomentava anche la docente di una scuola bilingue su Maestra e mamma). […]

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