Teoria degli apprendimenti linguistici

di Stefania Feriti docente di scuola primaria presso Little England Primary School

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Sebbene non sia obiettivo principale di questo blog descrivere nel dettaglio gli studi legati all’apprendimento, ho valutato come fondamentale, prima di descrivere i diversi tipi di approcci all’educazione bilingue nella scuola, proporre un richiamo alle diverse teorie che negli anni hanno cercato di definire e descrivere il funzionamento dell’apprendimento linguistico.

L’analisi contrastiva

Negli anni quaranta, quando si incominciò a parlare di teoria dell’apprendimento linguistico, prese piede l’ipotesi dell’analisi contrastiva di Weinreich descritta nel suo “Languages in Contact” del 1953, in cui si paragonavano le strutture della L1 e della L2 per individuarne i nodi e i punti di contatto e cercare di capire quali fossero i momenti in cui l’alunno sarebbe entrato in crisi più facilmente nel suo percorso di apprendimento. Quest’analisi si basava sulla comparazione delle differenze strutturali tra lingue. I suoi sostenitori credevano che l’apprendimento della L2 equivalesse a ciò che della L2 era insegnato, senza lasciare spazio all’errore e alla creazione. Weinreich sosteneva che quanto maggiore fosse stata la distanza tra le due lingue, tanto più tempo sarebbe servito per apprendere e sarebbe cresciuta la possibilità d’interferenze. Con i suoi studi Weinreich unì le due linee “storiche” della linguistica, quella che sosteneva l’importanza delle determinanti temporali e quella che invece considerava predominanti in un idioma le determinanti strutturali.

La grammatica universale di Noam Chomsky

Negli anni sessanta, in opposizione al comportamentismo, nasce l’ipotesi innatista della grammatica generativo trasformazionale di Chomsky. Nel 1957 egli scrisse un libro rivoluzionario intitolato Le strutture della sintassi (titolo originale Syntactic structures), che esaminava la possibilità dell’esistenza di principi universali all’interno delle lingue. Questa teoria nasce per descrivere l’acquisizione del linguaggio e per rispondere al cosiddetto argomento della povertà dello stimolo ovvero: come può un bambino imparare così bene la sua lingua madre e in così poco tempo? Secondo Chomsky, l’uomo ha un dono che nessun altro essere vivente possiede: un linguaggio con una complessa sintassi e una ricca semantica che può essere continuamente arricchita. Per l’autore l’uomo, a differenza degli animali, possiede una sorta di ricetta, una grammatica, che gli permette di elaborare un linguaggio ricco e dalla potenzialità d’espressione infinita. Questa grammatica deve essere universale, perché ogni bambino è in grado di acquisire in pochissimo tempo il linguaggio complesso degli adulti e di esprimere enunciati nuovi e mai appresi prima. La teoria della Grammatica Universale non vuole descrivere specificamente una lingua o l’altra, né postulare che “tutte le lingue hanno una stessa grammatica”, ma si propone di individuare una serie di regole innate, dette parametri e principi, che spiegherebbero come i bambini acquisiscono le lingue e come imparano a costruire frasi valide. Sono stati postulati principi molti complessi, ma il concetto principale è che nessuna lingua naturale può violare i principi della Grammatica Universale. Apprendere una lingua consiste quindi nell’imparare il modo in cui i principi della Grammatica Universale si applicano a una lingua specifica e i valori che i parametri vi assumono. In sintesi, per Chomsky, l’acquisizione linguistica non è il risultato d’imitazione o abitudine, ma un processo creativo che fa capo a un dispositivo innato; è un meccanismo della mente umana, che consente al bambino di imparare una lingua in un periodo di tempo relativamente breve, sulla base di dati finiti e frammentati.

Il dispositivo innato in questione è il LAD (Language Acquistion Device). Mi rifaccio qui alla metafora proposta da Santipolo. Pensiamo al sistema linguistico come ad un albero, le cui foglie, sono rigogliose. Le foglie rappresentano il LAD: a mano a mano che l’albero apprende quella che sta diventando la sua lingua materna, per così dire, “disattiva” in qualche misura le foglie che non corrispondono a strutture presenti nella sua L1. Quando poi più avanti si accosterà all’acquisizione di un’altra o di altre lingue sarà necessario che riattivi le “foglie” (parzialmente) atrofizzate corrispondenti a strutture presenti nelle nuove lingue, ma non nella sua L1. Ecco perché, metaforicamente parlando, quanto prima avviene questa riattivazione, tanto meno faticoso è il processo di acquisizione delle lingue straniere. Ecco anche perché i bilingui sono facilitati nell’acquisizione di ulteriori idiomi: il numero di “foglie” che hanno conservate attive fin da subito è superiore rispetto a quelle dei monolingui. Affinché il LAD si attivi, è però necessario che intervenga un Language Acquisition Support System (LASS, ipotizzato da Jerome Bruner) proveniente dall’esterno. Nel processo di acquisizione linguistica, quindi, intervengono tanto fattori innati, congeniti, quanto condizionamenti esterni.

L’interlingua di Larry Selinker

Il gradino successivo nella storia della teoria sull’apprendimento delle lingue è costituito dall’articolo ”Interlanguage” di Selinker, che nel 1972 elabora il concetto di interlingua. Esso descrive un processo in cui l’apprendente, attraverso vari stadi di competenza linguistica, si avvicina progressivamente alla lingua-obiettivo. Questo concetto dà conto del fatto che l’acquisizione della seconda lingua non è immediata, ma dura parecchi anni, se non tutta la vita.

È interessante notare come fino ad alcuni decenni prima, l’unico modo per descrivere la lingua degli apprendenti era in termini di errori e deviazioni rispetto alla L2: «il metro di riferimento era sempre la L2 nella sua varietà standard, corretta, alla quale gli apprendenti si avvicinavano più o meno; in quest’ottica gli errori che commettevano parevano essere solo fastidiosi inciampi da cui liberarsi il più presto possibile». L’idea di interlingua parte da una prospettiva radicalmente diversa, quella dell’apprendente visto come soggetto attivo che formula ipotesi sulla lingua d’arrivo, cercando di costruire sistemi linguistici transitori, basati sui pochi mezzi che ha a disposizione, ma pur sempre dotati di una logica, di una funzionalità, di una coerenza interna. Gli “errori” diventano allora interessanti in quanto non sono solo deviazioni caotiche dalla norma della L2, ma indicatori di regolarità all’interno del sistema interlinguistico con il quale l’apprendente cerca di soddisfare, in un determinato momento, le proprie necessità comunicative. Secondo Selinker, sono proprio gli errori ad essere lo specchio in cui si riflette l’avanzamento del processo che dipende anche dalla lingua che si deve apprendere, perché ogni lingua ha dei passaggi cruciali, delle tappe proprie, indipendentemente dalla lingua di partenza dell’apprendente. In quest’ottica, il percorso dallo stato iniziale alla padronanza completa della seconda lingua può essere rappresentato come una serie di sistemi intermedi, ciascuno con le proprie regole.

Gli studi recenti sull’apprendimento delle lingue non materne hanno messo in rilievo i processi di elaborazione autonoma che regolano la natura e la struttura delle interlingue rispetto ai fenomeni dovuti all’interferenza della lingua materna: le interlingue non si configurano affatto come varietà intermedie fra L1 e L2, risultato dell’interferenza fra le due, bensì come «grammatiche semplificate e rielaborate sulla base di tendenze, principi e processi naturali, andanti da un minimo a un massimo di avvicinamento alla varietà obiettivo». Inoltre anche le interlingue – così come le varietà dell’italiano contemporaneo – costituiscono un continuum che va dalle varietà più rudimentali e semplificate a quelle più elaborate e vicine alle varietà native.

 Jim Cummins e l’interdipendenza linguistica

Uno dei teorici della lingua che si è più affermato negli ultimi anni è lo studioso canadese J. Cummins. Fu lui il primo a teorizzare il principio dell’interdipendenza linguistica, che egli stesso definisce come segue:

Nella misura in cui l’educazione nella lingua X è efficace nel promuovere padronanza in lingua Y, si avrà un transfer di padronanza alla lingua Y purché ci sia adeguata esposizione alla lingua Y (o a scuola o nell’ambiente) e adeguata motivazione all’apprendimento della lingua Y.

In altre parole, secondo questa teoria, le competenze acquisite nella L1 possono essere trasferite alla L2: le conoscenze e competenze linguistiche che un bambino possiede possono infatti essere strumentali allo sviluppo delle abilità corrispondenti nella L2. Condizione imprescindibile di questo passaggio è però che gli aspetti che potrebbero permettere la transizione tra le due lingue siano già stati acquisiti completamente nella L1. Per spiegare meglio la sua ipotesi, Cummins utilizza la figura del doppio iceberg: ogni lingua contiene delle caratteristiche specifiche, rappresentate nello schema dai due iceberg sopra il livello del mare, quindi dalla parte visibile.  Esiste tuttavia, sotto il livello del mare, una zona che rappresenta il sistema centrale in cui i due coni si fondono e che racchiude le caratteristiche comuni alle due lingue.
Con questa metafora, Cummins mette in evidenza i cinque punti fondamentali del suo modello ossia:

  1. Qualunque sia la lingua usata dal parlante, il pensiero che accompagna il suo ascoltare, parlare, leggere o scrivere proviene dallo stesso “motore centrale”;
  2. bilinguismo e plurilinguismo hanno la possibilità di esistere in un solo apprendente perché in un unico motore centrale si possono immagazzinare più codici linguistici;
  3. le funzioni cognitive e l’apprendimento efficace possono svilupparsi attraverso due lingue altrettanto bene che attraverso una sola;
  4. questo può avvenire a patto che la lingua sia sufficientemente sviluppata da saper compiere le funzioni richieste. In altre parole, l’apprendente deve avere una competenza da parlante nativo in almeno una delle due lingue: se un bambino non ha abilità linguistiche adatte all’età almeno in uno dei due codici linguistici, nessuna delle due lingue potrà essergli utile per la sua crescita cognitiva;
  5. essere competenti nelle due lingue aiuta a sviluppare il sistema cognitivo, ma se si chiede all’apprendente di agire con una lingua non ancora sufficientemente evoluta, il sistema cognitivo sottostante non potrà operare adeguatamente, poiché l’essere competente nelle due o più lingue aiuta a far progredire il sistema cognitivo.

Un’ulteriore distinzione presentata da Cummins riguarda le abilità comunicative interpersonale di base (BICS, Basic Interpersonal Communication Skills) e la competenza linguistica cognitiva–accademica (CALP, Cognitive Academic Language Proficiency).

Le BICS rappresentano la competenza linguistica necessaria per affrontare le difficoltà legate alla comunicazione interpersonale, mentre le CALP sono invece l’espressione della competenza linguistica che affronta operazioni cognitivamente superiori (confrontare, istaurare relazioni logiche, fare sintesi, argomentare, esprimere relazioni causali e temporali, etc.). Esse sono trasversali a tutte le discipline e svolgono un ruolo centrale nella riuscita scolastica.

Svolgere operazioni cognitive in lingua straniera significa dare alla L2 in apprendimento uno spessore che molte volte manca nelle lezioni “normali” di lingua (eccetto quando si insegna la letteratura in lingua straniera nelle scuole di grado superiore). In questo modo la CALP da un lato permette di apprendere contenuti complessi attraverso la L2 e dall’altro, si costruisce costantemente proprio perché richiede di utilizzare la L2 per imparare.

Acquisizione e apprendimento secondo Krashen

Alla fine di questo rapido excursus, ritengo utile presentare il pensiero di Krashen, che, sempre nella seconda metà degli anni Sessanta, ha lavorato a lungo sulle teorie legate all’acquisizione linguistica e all’educazione bilingue.

Krashen affermava che occorrerebbe creare anche in classe contesti simili a quelli reali per avvicinarsi il più possibile ad un processo naturale: la lezione dovrebbe essere rilevante ed interessante quanto a tema e argomento, cioè coinvolgente. L’apprendimento inoltre dovrebbe essere adeguato agli alunni, né troppo basso, né troppo elevato. Bisognerebbe infine evitare di dare testi o esercizi banali, puntando ad un livello di poco maggiore a quello dello studente, evitando in questo modo di farlo annoiare.

Lo studioso americano propone una nuova teoria, che prende in considerazione i vari fattori che incidono sul processo di apprendimento della L2 (personalità, età, ambiente linguistico). Egli ritiene che la L2 si sviluppi in due modi:

  • tramite un processo inconscio ed involontario, focalizzato sull’efficacia e i contenuti della comunicazione (= acquisizione);
  • tramite un processo consapevole e sistematico, basato sulla conoscenza delle regole (= apprendimento).

Da qui si sviluppa la “teoria del monitor”, in cui Krashen elabora 5 ipotesi:

  1. L’ipotesi dell’acquisizione / apprendimento

L’acquisizione di una lingua indica il processo naturale e spontaneo attraverso il quale il bambino apprende la lingua materna. Essa viene effettuata in un ambiente informale, con il coinvolgimento soprattutto della memoria implicita d è mediata dall’esposizione ad un input in L2 (comprensibile) e dall’interazione comunicativa. Tutti i bambini acquisiscono la madrelingua, ma è possibile acquisire una seconda lingua anche da adulti, sempre attraverso strategie informali.

L’apprendimento di una lingua, invece, si realizza prevalentemente con modalità formali, cioè attraverso le regole, spesso in un ambiente istituzionale e fa riferimento in particolare ai processi che portano ad imparare una seconda lingua. L’esempio più chiaro riguarda le così dette lingue morte: nelle nostre scuole il latino ed il greco vengono appresi, ma non acquisiti. L’apprendimento linguistico avviene solitamente più tardi rispetto all’acquisizione linguistica.

  1. L’ipotesi dell’ordine naturale

Secondo questa ipotesi, l’acquisizione delle regole grammaticali di L2 avviene mediante un ordine fisso, attraverso naturali universali e prevedibili (come in L1), uguali per tutti gli apprendenti e indipendentemente dall’ordine in cui sono state insegnate.

  1. L’ipotesi del monitor

Il monitor è un dispositivo interno che elabora e controlla le produzioni linguistiche derivanti dallo studio della grammatica e visibile nelle auto correzioni. È molto attivo nell’apprendimento linguistico consapevole e non contribuisce all’acquisizione, bensì alla revisione conscia dell’output. Influiscono sul monitor l’età, la personalità (orientata più alla norma o alla comunicazione: gli insicuri sentono il bisogno di aggrapparsi a regole esplicite) e il tipo di compito verbale richiesto.

  1. L’ipotesi dell’input comprensibile

Questa ipotesi è centrale per Krashen, dato che l’unico vero responsabile dell’acquisizione è un dispositivo innato. È importante sottolineare come l’acquisizione della L2 passi proprio attraverso l’interiorizzazione di un input comprensibile, dato che il linguaggio che non viene capito non può essere appreso. L’input è comprensibile quando si colloca ad uno stadio immediatamente successivo rispetto al livello di competenza in L2.

  1. L’ipotesi del filtro affettivo

Il filtro socio affettivo regola il grado di apertura e l’atteggiamento dell’allievo. Esso si attiva nell’interazione tra apprendente ed input, lasciando passare i dati linguistici in arrivo in base alla motivazione, ai bisogni, all’atteggiamento e alla personalità di chi apprende. Esso sta ad indicare l’altezza delle barriere motivazionali ed emotive che impediscono o favoriscono il progredire dell’apprendimento. Perché l’input sia rielaborato e interiorizzato, è necessario che il filtro affettivo non sia bloccato, che non ci siano ansia né problemi legati all’autostima o a varie motivazioni.

La teoria del monitor è stata criticata perché carente da più punti di vista (chiarezza, potere esplicativo e predittivo, coerenza, falsificabilità), per la scarsa documentabilità della differenza fra acquisizione e apprendimento, delle ipotesi del filtro affettivo e dell’input e perché trascura il processo e gli stadi intermedi dell’acquisizione oltre agli effetti dell’istruzione.

Ho ritenuto tuttavia utile presentarla, perché a mio avviso fornisce degli spunti da non sottovalutare nell’insegnamento di una L2:

  • è necessario rispettare il naturale processo d’acquisizione linguistica
  • bisogna creare occasioni naturali di comunicazione in L2 fornendo input adeguati
  • bisogna ridurre l’ansia, incentivare l’autostima e la motivazione.

 

Le teorie qui presentate sono solo alcune fra quelle che hanno accompagnato il dibattito sull’apprendimento linguistico sviluppatosi negli ultimi decenni. In base alla preferenza per l’una o l’altra teoria, l’insegnante potrà organizzare le proprie lezioni, gestire la relazione con gli alunni, preparare il materiale più adeguato. A mio avviso un insegnante preparato dovrebbe essere in grado di prendere il meglio di ogni teoria e sperimentarlo con la propria classe, con l’obiettivo di rendere l’apprendimento il più efficace possibile.

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