Sotto il cielo delle stelle di vetro

Luana Silighini è una giovane giornalista e scrittrice e credo proprio che sentiremo parlare di lei in futuro.


È alla sua seconda prova letteraria e questa fiaba, dedicata ai bambini siriani, segue nel tempo le vicende di Raghad, un’altra bimba siriana morta durante la traversata dall’Egitto alle coste della Sicilia, quando perse in mare il suo zainetto con le medicine per curare il diabete e quegli sciagurati di scafisti, raccattatolo in mare, lo spinsero ancora più a largo. Quel gesto impetuoso, espressione di cattiveria, per la ragazzina è stato la causa della sua morte in mare.

Della sua agonia, e della conseguente morte tra le braccia del padre piangente, ne parlarono tutti i giornali, la televisione e vari approfondimenti nei magazine italiani. È indubbio che, nell’ondata massiccia dei profughi del 2014, la sua è stata una testimonianza di quanto la vita possa essere un valore di poco prezzo.

Luana Silighini con questo secondo libro Sotto il cielo delle stelle di vetro racconta l’odissea di un’altra bimba siriana, per la precisione di Aleppo che, con tutta la sua famiglia, un giorno si incammina verso Damasco alla ricerca di una vita migliore. Ma, soprattutto, per sfuggire a eventuali improvvise violenze dei terroristi islamici.

Luana Silighini non ha inventato nulla: ha raccontato tutto attraverso le testimonianze di chi quell’avventura l’ha vissuta in prima persona, così come le hanno riferito.

Kamar, la protagonista del libro, riassume cento e mille bambine siriane che hanno vissuto la sua stessa storia dolorosa. Gli stenti, la fame, la malattia. La paura degli agguati di notte, il freddo nelle tendopoli. La denutrizione,
che portava inevitabilmente alle malattie. Queste cose non si possono dimenticare dall’oggi al domani perché tutte le bambine siriane le hanno vissute. Kamar, in più, ha vissuto la sua odissea assieme a sua mamma, suo padre e ai suoi fratellini. E anche a un cane, che trovò abbandonato appena fuori Aleppo. E che, poi, smarrì sotto i bombardamenti alle porte di Damasco.
La storia si dipana attraverso un ipotetico diario costituito da lettere che Kamar manda alla sua amica di infanzia Sira.

L’appuntamento perché le due si rivedessero era il tunnel costruito sotto le mura di Damasco. E, come in tutte le tragedie che si rispettano, c’è sempre la voce di un coro che fa sapere a Kamar che la sua amica Sira non verrà all’appuntamento ma che, i suoi genitori, la porteranno via con loro.
Prima in Egitto, a El Cairo, e poi ad Alessandria, da dove si imbarcherà per arrivare sulle coste italiane, porta verso l’Europa.

Si sa che questa famiglia sia arrivata in Italia, ma non si sa se hanno trovato rifugio in qualche altro Stato europeo. Kamar, come abbiamo detto, non è una figura esistente, perché rappresenta tutte le figure di bambine siriane che hanno affrontato questa guerra. Il copione è lo stesso e la Silighini questo lo sottolinea molto bene raccontando, con i toni della fiaba, gli stupori di questi bambini e, quindi di Kamar, quando arrivano in una città che non  conoscevano ma di cui avevano sentito parlare dai genitori. Lo stesso incontro tra Kamar e Nero, il cagnolino che si è
perso tra le macerie appena fuori la città di Aleppo e che Kamar decide di adottare, è un personaggio come tanti esistenti in questo teatro di guerra che, dobbiamo ricordare, ha visto morire ben centocinquantamila bambini.

Quelli che ha incontrato l’autrice sono sfuggiti alla morte fin dal momento in cui hanno parlato con la giornalista. Poi di loro non si sa più nulla. Sono morti? Sono vivi? Dove si trovano adesso?

Sotto il cielo delle stelle di vetro è un dramma a forte tinte, una forma di reportage perché le interviste sono vere e la giornalista Silighini le ha raccolte sul campo, non di guerra, ma in Italia, quando questi bambini è stato possibile incontrare.
Oltre il reportage c’è la fiaba. Gli occhi di questi piccoli siriani sono gli occhi della stessa autrice che li spalanca di fronte alle piccole cose, come i vetrini colorati che raccoglie per terra durante la sua marcia di ben quattrocento chilometri, da Aleppo a Damasco, o come la cura e l’affetto che le dà il suo cane che, poi, si trasformerà in disperazione quando il cane si perde per sempre, senza mai più trovarlo.

Quindi gli elementi fiabeschi tipici della scrittura dell’autrice, si mescolano con i toni assai duri che raccontano la guerra con le sue violenze, le sue contraddizioni. I suoi orrori.

È certamente un libro da portare sotto l’albero di Natale per leggerlo durante le consuete vacanze e, spero che le insegnanti, che di queste vicende sanno tutto o quasi, perché ormai le guerre le viviamo tutti i giorni a casa nostra, sappiano indirizzare e spiegare ai piccoli lettori quello che di brutto c’è nelle bombe. E quello che di bello c’è nell’animo candido di tutti i bambini.

Tratto dalla prefazione di Franco Capelvenere

 

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